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Voglia di sentirsi a casa



«Ho notato che c'è un forte e diffuso desiderio di partecipazione tra le donne straniere che vivono nel territorio di Ostiano, indiane comprese. C'è tanta voglia di sentirsi a casa».

È quanto ci dice Marida Brignani, ex insegnante e storica dell'architettura e del paesaggio, responsabile insieme a Remo Cacciatori delle azioni dell'associazione La Tenda a Ostiano nell'ambito del nostro progetto Unire - Universi in Rete.

L'abbiamo intervistata per confrontarci con lei sui risultati della ricerca Ismu di cui abbiamo scritto qui.


Lei vive nel territorio cremonese da 40 anni, periodo in cui ha insegnato nelle scuole del territorio. Dal suo punto di vista privilegiato, può confermare che per le nuove generazioni di donne provenienti dal sub continente indiano il processo di integrazione è più naturale e facile?

«Sì, senza dubbio. Innanzitutto, le ragazze cresciute qui, quelle che hanno tra i 14 e i 20 anni, conoscono bene l'italiano, il che permette loro di avere relazioni dirette con chiunque. Inoltre dimostrano in ogni occasione di essere molto interessate a inserirsi in modo costruttivo nel contesto locale. Tra l'altro, in questo processo, in parte portano con sé anche le loro mamme, che sono immigrate qui da adulte e quindi meno spontaneamente disponibili ad aprirsi».


Qual è la chiave di volta di questo atteggiamento più propenso a integrarsi?

«La scuola, che include tutti, italiani e stranieri! Le ragazze cresciute qui sono del tutto simili alle loro compagne italiane, a partire dall’abbigliamento. Le ragazze che arrivavano già grandi, invece, avevano difficoltà, per esempio, a indossare i jeans e a vestirsi all’europea».


Le famiglie accettano questo nuovo stile di vita?

«Adesso sì. Una quindicina di anni fa era diverso, le bambine in quinta elementare o alle medie erano spinte a indossare abiti di foggia indiana: calzoni, tunichette e ciabattine con un po’ di tacchetto. Non riuscivano più, quindi, a giocare liberamente con le loro coetanee. Adesso non è più così: il loro abbigliamento è molto sobrio, ma è in linea con quello delle altre ragazzine».


E le mamme?

«Quelle più giovani si vestono all’europea, le altre mantengono i costumi tradizionali, che per altro sono bellissimi e apprezzati dalla popolazione locale».


Oltre al modo di vestirsi, ci sono altri segni di una maggiore integrazione?

«Sta cambiando anche l’alimentazione per esempio. Sono meno le ragazzine completamente vegetariane o addirittura vegane, cosa tipica delle donne indiane».


Lo stesso discorso vale anche per i maschi?

«Per loro vale anche di più. Ad esempio, non sono pochi quelli che vanno all’università, mentre le ragazze indiane universitarie sono molto meno. Ma credo che questo dipenda molto dal fatto che l’università costa parecchio, specialmente per chi proviene da un contesto rurale come il nostro. Essendo molto scarsa l’offerta universitaria a Cremona, capoluogo di provincia, i ragazzi sono costretti a trasferirsi fuori sede e le famiglie devono affrontare costi non sempre sostenibili. Ma questo è un problema anche per i ragazzi italiani. Di solito le famiglie indiane possono contare su un solo reddito, quello del padre, e i genitori devono scegliere su chi investire: la scelta ricade per lo più sul maschio. Ma in alcuni casi di ragazzine molto brave, dove c'è una forte sollecitazione della scuola, può capitare che l'investimento sia sulle figlie».


Di nuovo la scuola... a parte questa, ci sono a Ostiano offerte di attività che favoriscano l'integrazione, rivolte magari alle madri, quelle che fanno più fatica a integrarsi?

«Purtroppo sono ancora poche. Del resto Ostiano è un paese molto piccolo e in regressione. Però c’è un’ottima assistenza dal punto di vista medico sanitario e sul piano sociale. Chi vive situazioni di disagio e di disabilità non è mai lasciato solo».


E sul piano culturale?

«Non c’è molto. Da qualche tempo, però, c’è una sezione multiculturale allestita nella biblioteca del Paese con libri in lingue diverse e storie tradizionali di altri Paesi. Trovo che sia un indice positivo di una maggiore sensibilità e apertura».


Che cosa si potrebbe fare di più?

«Ci sarebbe il margine per fare tante cose, anche molto semplici, come un corso di cucina o di cucito. Sarebbero momenti di aggregazione che permetterebbero anche di apprendere qualcosa. Il corso di cucina mista, indiana e italiana, darebbe valore alle loro competenze e potrebbe anche spingere le donne indiane a frequentare i negozi di alimentari locali e non solo quelli con i loro cibi tradizionali. E viceversa: le donne di qui potrebbero scoprire i prodotti indiani. Un altro corso utile potrebbe essere quello per imparare a usare il pc: adesso che i corsi di italiano in presenza sono sospesi, potremmo farli online. Ma le donne indiane spesso non parlano italiano per nulla e usano solo il cellulare: un corso per utilizzare computer sarebbe propedeutico alle lezioni di lingua a distanza. Rivolto anche a donne italiane potrebbe rappresentare un ulteriore momento di conoscenza e condivisione».


Qual è il vostro progetto rivolto alle donne indiane che ama di più nell'ambito di Unire?

«Abbiamo programmi bellissimi di scoperta dei luoghi del nostro territorio, con gite da fare tutte insieme ascoltando prima di tutto il loro punto di vista. Ma adesso, con questo Covid che si sta diffondendo di nuovo, come si fa? Speriamo che questa seconda ondata passi e che tra febbraio e marzo si possano riprendere le nostre bellissime passeggiate».


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